Una Coppia Qualsiasi

Nel novembre del 2004 è uscito il mio primo libro, Una Coppia Qualsiasi. E’ edito da Progetto Cultura 2003 ed è stato presentato alla Fiera del Libro di Roma Più libri più liberi, al Palazzo Comunale di Formia – con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura – e alla Libreria Croce di Roma, dove Paola Gassman ha letto alcuni passi.

Una Coppia Qualsiasi è la storia della separazione coniugale di Violetta e Giulio; i due svelano il loro rapporto attraverso i colloqui che ognuno dei due ha con le persone a loro vicine (analista, madre, amici).

E’ un viaggio attraverso i più profondi meandri dei due protagonisti, nelle loro paure, emozioni e traumi infantili. Racconta di Violetta e Giulio, ma parla ad ognuno di noi.

L’incipit:

Violetta si poggiò con forzata disinvoltura sul piccolo divano presente nello studio, ed iniziò: “Da piccola stavo sempre con il naso in su, verso il cielo. Lo guardavo, lo scrutavo, ci frugavo dentro. Sapevo che doveva essere lì, da qualche parte. Sapevo, che da qualche parte sarebbe spuntato, prima o poi. Ed io stavo lì ad aspettarlo, senza fretta, senza arrendermi. Tanto prima o poi sarebbe passato, ne ero sicura. Sarebbe passato di qui, con il suo aereo, veloce come una saetta, ed io sarei stata lì ad aspettarlo. L’avrei salutato, così… con la mia mano… e lui mi avrebbe risposto certamente, nello stesso modo…”

Il dottor Siracusa, non più giovanissimo ormai, osservava con etereo distacco questa sua giovane ed elegante paziente, ancora fornito di una solida curiosità professionale.

“Vada avanti, continui, signora Andari, continui…”

“Ecco… sì… continuavo a scrutare il cielo e ad aspettarlo, ma lui non arrivava mai. Poi un giorno, all’improvviso, è successo qualcosa. Sì, ero cresciuta. Ed ho smesso di starlo ad aspettare. Sì, all’improvviso… ho deciso, così in un istante, una cosa molto importante, decisiva: non si può aspettare nessuno per tutto questo tempo. Nessuno. Non un padre, non una madre, men che mai un marito. Non dovevo essere io a stare ad aspettare mio padre, ma sarebbe dovuto esser lui a prendermi per mano, a guidarmi, a seguirmi nei primi passi della mia vita. Che ci facevo io, come una stupida, lì fuori, con questa testa sempre tra le nuvole. E lui che volava alto, alto, e non mi vedeva. Tutto questo mi ha fatto male, tanto, tantissimo. Non ne ho voluto saper più nulla per anni di lui. Sono andata via, lontano, ho cambiato città appositamente, non lo sopportavo più. E con lui, quasi tutti gli altri, tutti coloro che mi erano attorno. L’ho rivisto solo molto tempo dopo, lì disteso nel letto, che stava per morire. Ed anche allora, tutto quel tempo che è stato in coma, dopo il misfatto, non ho fatto altro che attenderlo. Attendere che ritornasse nuovamente tra noi. Ma ancora inutilmente…”

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